di Roberto Filipponi Lo scorso 18 settembre 2025 il Consiglio comunale di Roma ha approvato a maggioranza una mozione presentata dai consiglieri Alessandro Luparelli e Michela Cicculli di Sinistra Civica Ecologista che impegna Acea S.p.A., società partecipata del Comune, a interrompere i rapporti con la compagnia israeliana Mekorot Water Company. Il rapporto fu firmato nel 2013 dall’amministrazione Marino e formalizzato tramite il “memorandum of understanding” .
Si tratta di una decisione significativa, quella presa dal consiglio comunale , frutto di anni di indagine, mobilitazione e pressione civile.
Mekorot, azienda nazionale dell’acqua israeliana, è stata ripetutamente accusata di svolgere un ruolo centrale nel progetto di colonialismo ed espansione forzata che colpisce il popolo palestinese: pratiche che incidono sullo sviluppo delle capacità agricole palestinesi, l’interruzione dei rifornimenti idrici durante l’assedio della Striscia di Gaza e il supporto logistico che favorisce l’espansione delle colonie. Tali azioni hanno spesso determinato la negazione del fabbisogno minimo pro-capite alle comunità palestinesi, in violazione del diritto internazionale.
L’approvazione della mozione arriva anche grazie a un lungo lavoro di documentazione svolto da realtà che hanno messo in luce queste violazioni: associazioni palestinesi come Al-Haq, Ong internazionali come Amnesty International, e gruppi e collettivi di boicottaggio come BDS e progetto Zenobia, che si è occupata negli ultimi anni di documentare puntualmente le violazioni attribuite a Mekorot e di portare avanti un percorso di informazione, sensibilizzazione e sollecitazioni verso le amministrazioni locali.
La mozione del Campidoglio non è dunque un atto isolato: è il risultato di anni di lavoro congiunto tra organizzazioni della società civile e gruppi di attivismo, e segna un precedente politico importante in tutto il panorama politico nazionale e internazionale. Roma — socio pubblico di Acea — ha scelto di non essere complice di pratiche che confliggono con i principi costituzionali, il diritto internazionale e i diritti umani.
Va sottolineato che Sinistra Civica Ecologista non intende fermarsi qui e anzi, sta puntualmente conducendo in prima persona l’operazione di presidio e pressione verso Acea e gli organi comunali competenti affinché la mozione venga tradotta in atti concreti e verificabili. L’impegno prevede monitoraggio, richieste formali di rendicontazione e la disponibilità a promuovere mobilitazioni se i passi pratici non dovessero seguire la deliberazione politica.
La decisione assume anche una valenza strategica per la campagna di boicottaggio e rottura delle complicità economiche: facendo leva sull’applicazione e sulla salvaguardia del diritto internazionale, le azioni delle amministrazioni locali possono contribuire a mettere in difficoltà i meccanismi che sostengono l’occupazione.
E’ solo interrompendo legami economici e relazioni istituzionali si possono creare condizioni reali per la fine dell’assedio, l’apertura di corridoi umanitari e la possibilità che la popolazione palestinese possa vivere senza vessazioni e senza privazioni sistematiche.
Resta il fatto che la battaglia resta aperta: la mozione è un passo concreto, ma bisogna ora assicurarsi che Acea attui la rottura del rapporto e che le istituzioni comunali esercitino pienamente la loro responsabilità di controllo. In mancanza di sviluppi concreti, le forze politiche e la società civile hanno già annunciato che faranno ricorso a tutti gli strumenti di pressione a disposizione per ottenere il rispetto dell’impegno preso in Campidoglio.
Il 28 ottobre presso l’università a Villa Mirafiori un’ assemblea indetta dai movimenti e dai sindacati di base è ritornata sull’argomento, valutando la possibilità reale di lanciare una delibera di iniziativa popolare con petizione e raccolta firme sull’interruzione di tutti i rapporti commerciali tra le imprese Israeliane implicate nel genocidio di Gaza e Roma Capitale.
In conclusione, il voto in assemblea capitolina è stato un segnale politico forte: Roma ha dimostrato che le amministrazioni locali possono concorrere a rompere catene di complicità internazionale, trasformando la solidarietà in atti concreti. Ma perché la decisione produca effetti reali è necessario che il presidio civico e politico continui, con la stessa determinazione che ha portato fino a qui questa battaglia di giustizia e responsabilità.